L'Umbria ad un bivio: o cambia o sprofonda. Da dieci anni iniziata la discesa. "I segnali negativi sottovalutati"

L'analisi, corredata di dati, porta la firma della prestigiosa Agenzia Umbria Ricerche. Povertà, disoccupazione, demografia: i talloni d'Achille di una Regione che non si è saputa rinnovare

Gli ultimi 10 anni sono stati all'insegna della decadenza dell'Umbria e dell'inadeguatezza del suo presunto modello di sviluppo - spesso sbandierato dalla politica -. La crisi ha colpito duramente e non c'è stata mai la risalita sui livelli prima del 2008. L'analisi dura e cruda porta la firma del direttore responsabile della rivista scientifica dell'Agenzia Umbria Ricerche, Aur&S, Giuseppe Coco che praticamente dimostra, numeri alla mano, che va trovato un nuovo modello che non sia soltanto una riverniciatura del vecchio.  "A partire dal 2008 c’è stato un acuirsi dei problemi dell’Umbria. I dati negativi emersi da analisi e ricerche sono stati spesso minimizzati, mentre quelli positivi sono stati esaltati. Il tutto molto probabilmente nella convinzione bonaria che tanto prima o poi la situazione sarebbe tornata a posto da sé".

Lo status quo indica che il PIL procapite (ad euro correnti) nel 2017 vedeva una differenza tra l’Umbria e l’Italia di oltre 4.000 euro, rispettivamente 24.326 e 28.494. Ed ancora, la popolazione, dopo una crescita convincente andata avanti dal 2001 al 2010, oggi lascia pensare che nel giro di qualche decennio l’Umbria possa assistere ad una diminuzione di un numero di abitanti pari a quelli di una città della dimensione di Terni. L’incidenza di povertà relativa individuale  nel 2017 ha toccato la vertiginosa quota del 17,6%; il dato riferito alle famiglie per il 2018 si attesta al 14,3%. La disoccupazione è passata dal 4,8% del 2008 al 9,4% del 2018.

Con la crisi molti indicatori hanno assunto valori negativi, ed in alcuni casi anche molto negativi. "Lo scenario che emerge dai dati non è quello di una regione che gode di ottima salute.Il punto da indagare, più di altri per chi scrive, è se all'oggi è ancora sostenibile, sotto un profilo economico, sociale, territoriale, il modello umbro che ha caratterizzato questo inizio del terzo millennio. Oppure se sia necessario creare una discontinuità. Nella consapevolezza che provare a mantenere lo status quo, ovvero fare i conservatori, un po’ come si è fatto, potrebbe servire a poco perché più che conservare sarebbe necessario invertire un trend che ormai ci caratterizza. E uno degli snodi da affrontare è: come si fa a far risalire la curva del PIL? Come si fa a far convergere i valori umbri almeno su quelli italiani?". 

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Secondo il direttore della rivista Aur&S è necessario cambiare rotta: "Ci sono criticità che sicuramente vanno messe sotto la lente di ingrandimento e rispetto alle quali provare ad individuare una qualche possibile cura. Una cura che  passa attraverso il miglioramento delle performances del sistema ovvero attraverso il miglioramento dei suoi livelli di efficienza e di trasparenza. Una cura che forse non può prescindere da una discontinuità rispetto al modello di sviluppo recente, senza trascurare storia e identità di una regione che nei momenti difficili - e di questo siamo consapevoli - ha sempre saputo dare il meglio di sé".

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