Negozi aperti 24 ore su 24: Confcommercio dice no

Fare la spesa tutte le domeniche e nei giorni festivi orari più lunghi sarebbero soluzioni vantaggiose per alcune fasce di clienti ma secondo l'associazione aggraverebbero i conti dei commercianti

Il sogno di negozi aperti 24 ore su 24, per agevolare le varie esigenze dei lavoratori umbri e non solo, che sarà possibile con il decreto Monti a partire dal prossimo gennaio 2012, non trova né consensi né sostegno da chi quei negozi dovrebbe aprirli per tutto l’arco della giornata.

La bocciatura è arrivata direttamente dai vertici di Confcommercio dell’Umbria che si scagli addirittura contro le aperture domenicali senza più vincoli: "L'unica cosa certa circa gli esiti di questo provvedimento – ha ribadito Aldo Amoni - sono i costi, ordinari e maggiorati (specie quello del lavoro), che un'apertura festiva comporta, mentre i ricavi sono del tutto incerti. Infatti, non si può prendere semplicisticamente il ricavo ottenuto fino ad oggi nei festivi (14 + Natale) e moltiplicarlo per le maggiori aperture ammesse, perché poche domeniche sono appetibili e richiamano l'attenzione dei consumatori. L'apertura tutte le domeniche fa diventare la festa un giorno come un altro, anche se ha  costi maggiori di gestione. Le analisi  che parlano di un aumento automatico del PIL come conseguenza della liberalizzazione delle aperture partono dal presupposto che avere i negozi più aperti influenzi i consumi, trascurando il fatto che questi sono al palo, perché le famiglie sono in difficoltà a causa delle spese incomprimibili e di salari non adeguati”.

 Tradotto: inutile aprire sempre quando mancano quelle politiche che possano riportare reddito alle famiglie e far nascere nuova occupazione. Mancano i denari nelle tasche delle famiglie e quindi per questo non si compra.

 Ma la vera preoccupazione di Confcommercio riguarda le differenze che si possono creare tra piccolo negozio e centro commerciale; quest’ultimi in grado di fare aperture con personale sufficiente e garantito mentre i primi legati ad una struttura rigida familiare che la liberalizzazione rischia di cancellare sull’altare della concorrenza.


 

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