Violentata in casa dall'amico del fratello: confermata condanna per un trentenne

La sentenza di secondo grado ha confermato 5 anni di reclusione all'imputato, nonostante la richiesta del pm di assolverlo

Condanna confermata anche in appello, per un trentenne originario della Romania, che nel 2010 violentò una sua connazionale in casa. ieri, il Procuratore Generale Razzi, aveva chiesto alla Corte d'Appello di pronunciare sentenza di assoluzione poichè non riteneva la sentenza di condanna esaustiva in tema di credibilità della parte offesa. Ma procediamo con ordine.

Siamo nell'agosto del 2010, quando l'imputato suona al campanello di casa della giovane connazionale per chiederle qualcosa da bere. E' un amico del fratello e del cugino e la ragazza lo fa accomodare in casa per un caffè. Si siede sul divano e dopo averla palpeggiata, l'avrebbe presa con forza per un braccio, spogliandola. "Le toglieva con forza i pantaloni e la conduceva nella stanza da letto, dove con violenza e minacciandola ripetutamente, riusciva a penetrarla; successivamente la conduceva in un'altra stanza e con violenza la costringeva ad aver un nuovo rapporto sessuale"- si legge nel capo d'imputazione. Una violenza brutale, quella raccontata dalla donna; dopo quaranta minuti di inferno, l'uomo se ne sarebbe andato "senza aver raggiunto l'orgasmo", minacciandola di non parlare con nessuno di quanto appena successo "perchè l'avrebbe ammazzata". 

Era stato il secondo collegio a pronunciare nell'ottobre del 2015 la sentenza di condanna in primo grado per l'imputato (5 anni di carcere), ma la difesa è ricorsa in appello per "l'inattendibilità della persona offesa". Inattendibilità- per l'avvocato della giovane, Giorgia Ricci- che non avrebbe trovato riscontro "in quanto ritenuta non affetta da disturbi della personalità, ne tantomeno da atti vendicatori contro l'imputato". 

"La ragazza durante l'incidente probatorio aveva omesso di riferire di un precedente rapporto consumato nelle ultime 72 ore e che aveva creato non poche difficoltà con la comparazione dell'esame del dna rinvenuto sul mozzicone dell'imputato con il liquido spermatico rinvenuto a seguito  del tampone vaginale  e diverso dal dna dall'imputato".  la giovane riferì infatti di avere avuto un ultimo rapporto sessuale prima dell'aggressione denunciata, un mese prima, poi smontata dalle analisi mediche effettuate, questo-secondo la parte civile- perchè stava frequentando un giovane e per timore e per vergogna, non voleva che venisse fuori"

L'imputato ha infatti sempre negato di aver aggredito e violentato la giovane. Ma le considerazioni effettuate dalla parte civile, sono state accolte dalla Corte che ha confermato la condanna all'imputato. Lo scontro difesa- parte civile, si è concentrato sull'esame biologico del tampone vaginale eseguito dalla parte offesa che non ha riscontrato un profilo genetico riconducibile all'imputato "in quanto non aveva raggiunto l'orgasmo e le tracce lasciate sarebbero state insufficenti per ricondurlo a lui". eppure, nei racconti del giovane, sarebbero emersi punti critici non compatibili con gli orari da lui stesso affermati. "La ragazza, a seguito della violenza subita, è dovuta inoltre ricorrere alle cure di un psicologo per superare il trauma". 

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