Uccise l'amico appiccando l'incendio al capannone dove vivevano, condannato a 16 anni

Il giudice ha ritenuto corretta la ricostruzione dell'accusa di omicidio colposo come vendetta dopo una lite a colpi di coltello

Sedici anni per aver ucciso, dopo una lite, un connazionale di 55 anni appiccando il fuoco ad un capannone dove i due vivevano, il 4 luglio del 2018 ad Umbertide, e per incendio doloso.

L’uomo, un marocchino di 40 anni, difeso dagli avvocati Gabrio Giannini e Guido Bacino, è stato giudicato con il rito abbreviato e condannato per omicidio volontario.

Secondo la procura perugina i due stranieri avevano litigato la mattina, cercando di colpirsi anche con dei coltelli, sempre nei pressi della struttura semi abbandonata di via Emilia, vicino al vecchio centro islamico. Per vendicarsi di quella lite, secondo l’accusa, il 40enne avrebbe appiccato il fuoco allo stabile, sapendo che all’interno vi fosse il connazionale.

Nella relazione, corredata da un dvd con le immagini di quello che restava del capannone, i Vigili del fuoco hanno ricostruito lo svilupparsi della fiamme, scaturite dall’alcol versato dall’uomo sulle sterpaglie e velocemente propagatesi alla struttura fatiscente.

La difesa aveva puntato sulla mancanza di volontà di uccidere da parte dell’imputato, il quale voleva solo spaventare il connazionale. Il giudice per l’udienza preliminare Valerio D’Andria ha ritenuto più corretta l’ipotesi dell’accusa (il pm Gemma Miliani aveva chiesto 20 anni) e condannato l’uomo a 16 anni (come previsto dalle riduzioni per la scelta del rito).

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