Tentato suicidio in carcere, la famiglia vuole vederci chiaro: era malato, ma non l'avrebbe mai fatto

L'episodio nel carcere di Spoleto. Chiesti accertamenti sulle cure farmacologighe. Per la Procura non ci sono rilievi penali. La decisione al gip

Detenuto nell'Istituto penitenziario di Spoleto tenta il suicidio, viene salvato, ma rimane in coma. Adesso la famiglia vuole vederci chiaro.

L'uomo era detenuto per evasione dalla Comunità Ceis di Spoleto Don Guerino Rota dove si trovava per le sue problematiche di salute e di dipendenza dalle sostanze alcoliche e stupefacenti dopo che era diventata definitiva la pena per una rapina commesso a Bastia Umbra nel 2016.

L'uomo è affetto da schizofrenia grave paranoidea cronica sin da giovanissimo ed era stato in cura presso il Dipartimento di salute mentale dell’Azienda sanitaria regionale del Molise e del Centro di Salute Mentale di Bastia Umbra. Un quadro clinico complicato dall'uso e abuso di sostanze alcooliche e stupefacenti, con l'indicazione di essere seguito in strutture di doppia diagnosi.

Quando la compagna andava a trovarlo in carcere lo trovava qualche volta tranquillo, qualche volta meno, e speranzoso di poter uscire presto in affidamento in prova ai servizi sociali grazie alla sua presa in carico da parte del Centro di Sanità Mentale di Caserta. Le condizioni dell'uomo, quindi, risultavano stabili, soprattutto quando prendeva i farmaci. Anche se alla compagna diceva che non erano gli stessi di quando si trovava in comunità.

Il 21 luglio del 2018, all'improvviso, la compagna e il difensore dell'uomo, l'avvocato Roberto Rossi, venivano contattati dal carcere con la notizia che l'uomo era ricoverato all’ospedale di Spoleto, per essere poi trasferito a Terni per le gravi condizioni in cui versava, dopo un tentativo di impiccagione.

Gesto che era apparso subito strano in quanto l'uomo non aveva mai dimostrato intenti autolesionistici. Ed è per questo che i familiari avevano chiesto alla Procura di Spoleto di verificare con che cosa avesse tentato il suicidio, se c'erano testimoni e se la somministrazione di farmaci fosse stata regolare, oltre a verificare la compatibilità della permanenza in carcere dell'uomo con riferimento alla sua patologia.

Dopo alcuni mesi il pubblico ministero ha notificato la richiesta di archiviazione ritenendo che “..l’ attività di indagine richiesta dalla querelante, necessaria a fare chiarezza sulla vicenda, risulta essere stata integralmente svolta..” e che “…nella presente vicenda non sono ravvisabili condotte penalmente rilevanti, e che non devono essere svolte ulteriori attività di indagine”.

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La compagna e l'avvocato si oppongono sottolineando la stranezza del gesto per un uomo, per quanto malato, prossimo a lasciare i carcere. Adesso sarà il giudice per le indagini preliminari.

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