Vendute, violentate, trafficate con i barconi e ricattate con i riti voodoo, a Perugia sgominata banda di nigeriani

Marito e moglie accusati di tratta di esseri umani, riduzione in schiavitù, sfruttamento della prostituzione e favoreggiamento immigrazione clandestina

Dietro alle ragazze di colore che si prostituiscono per strada c’è sempre una “maitresse”, una “mamam” che costringe le ragazze a “vendersi” tramite riti voodoo.

In Nigeria il lavoro di prostituta è visto come una malattia contagiosa, e la persona che viene colpita viene allontanata dalle altre. In realtà le donne vengono aiutate ad entrare in Italia da amiche o conoscenti, che sono già immigrati. Succede che una donna chieda all’amica di farla entrare in Italia con il beneplacito della famiglia. Una figlia che vive in Italia è un aiuto economico sostanziale. Nessuno sa, o vuole pensare, che i soldi li guadagni prostituendosi. Succede anche che le ragazze non abbiano i soldi per pagarsi il viaggio, quindi, le amiche anticipano i soldi.

Per affrontare il viaggio si offrono di pagare la spese: almeno 2500 euro, che le ragazze restituiscono una volta iniziato a lavorare. Giunte in Italia le ragazze trovano ben altro ad attenderle: il marciapiede. Per convincerle a prostituirsi, inoltre, i trafficanti sottopongono le giovani a rituali magici, convincendole che la loro anima si trovi intrappolata in sacchetti fatti con i capelli delle vittime. Se si ribellano perdono tutto e tutti in patria vengono a sapere che mestiere svolge in Italia. In molte ci credono subito e cedono al ricatto; quelle più “dure” da convincere vengono sottoposte a violenze varie. Nel frattempo il debito da 2.500 euro cresce fino a 10mila se non di più. Il debito non si estingue mai, a meno che non si riesca a fuggire.

La Divisione criminalità organizzata Squadra Mobile di Perugia, grazie al coraggio di una di queste ragazze ha eseguito un’ordinanza custodia cautelare firmata dal gip Lidia Brutti, su richiesta del pubblico ministero Manuela Comodi, a carico di marito e moglie, nigeriano di 45 anni lui e 40 lei regolari e da tempo residenti a Perugia a Fontivegge, ritenuti i vertici di un’associazione per delinquere finalizzata alla tratta di esseri umani, riduzione in schiavitù, sfruttamento della prostituzione e favoreggiamento immigrazione clandestina. La donna è già conosciuta in quanto gestisce un african shop (segnalato agli uffici di Polizia per le verifiche amministrative), entrambi con piccoli precedenti per lesioni personali e falso per regolarizzare la posizione in Italia.

Secondo gli investigatori i due coniugi erano il vertice dell’associazione della tratta transnazionale e si occupavano di contattare i reclutatori in Nigeria. Questi selezionavano le giovani ragazze, quasi tutte povere o vulnerabili, alcune offerte dagli stessi genitori al gruppo criminale, poi trasportate in Libia, attraverso il deserto, trattenute nei ghetti per diversi mesi, tra violenze varie, e l’attraversamento del Mediterraneo in barcone. Prima di partire dalla Nigeria le giovani venivano sottoposte a rituali voodoo, ai quali quasi nessuno si ribella sia per i rischi connessi alla magia, sia per la paura delle ritorsioni nei confronti dei parenti.

In mano le ragazze avevano solo un foglietto con i numeri di telefono da chiamare appena arrivate in Italia e il debito d’ingaggio da ripagare. Quel numero rimandava al cellulare della “madame”. Dopo aver lasciato i Centri di accoglienza le ragazze raggiungevano Roma dove l’organizzazione le prelevava, le portava in un appartamento a Perugia, le ripuliva, riforniva di preservativi e creme, vestiti nuovi e poi subito sul marciapiede a Perugia, Pian di Massiano. Le ragazze dovevano consegnare il 50% di quanto incassavano in una serata di lavoro. Il debito ammontava ad almeno 10mila euro a testa. Al debito, inoltre, si assommavano le spese di vitto, alloggio, preservativi e spese varie.

Una ragazza, però, una volta giunta a Perugia si rifiuta di prostituirsi, anche quando viene lasciata in strada non accetta clienti. Finché non riesce a recuperare il passaporto e a fuggire. Prende un treno e torna nell’unico posto in Italia che conosce e dove spera di trovare aiuto: nel centro di accoglienza Altavilla Silentina. Lì un connazionale le consiglia di andare alla polizia e denunciare tutto. Siamo nel febbraio del 2017.

Come prova porta uno scontrino con il costo dei preservativi e delle creme e fornisce anche il numero di telefono della madame che viene intercettato.

Dalle indagini si scopre che la donna ha un ruolo verticistico e di organizzazione del lavoro in Italia, mentre il marito si occupa di tenere i rapporti con la Nigeria, dove si reca più volte a controllare la scelta delle giovani.

Dalle intercettazioni emerge l’esistenza di almeno una decina di ragazze trafficate (quattro rintracciate dalla polizia) e c’è il sospetto che una delle giovani sia morta nella traversata nel giugno 2017.

Una terza persona, un nigeriano 25 anni, è stato denunciato a piede libero come fiancheggiatore in quanto avrebbe intrattenuto i rapporti con i reclutatori in Nigeria, curando i contatti con la coppia.

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