"Prego perchè la tratta dalla Libia non finisca": da Perugia salta fuori il business "barconi" della Mafia Nigeriana

ESCLUSIVO - Le intercettazioni della Polizia, dopo tre anni di indagini, mettono in mostra gli interessi che ruotano intorno agli sbarchi dei profughi in Italia. In mezzo a chi veramente scappa dalla guerra e dalla fame, ci sono i nuovi schiavi. I racconti di chi ha subito di tutto e di chi invece fa soldi con prostituzione e droga

Da Perugia, cuore verde d'Italia, a Lampedusa estrema frontiera che ci divide dall'Africa, la distanza in linea d'aria è di 846 chilometri, ma seguendo il percorso strada-traghetto-strada-traghetto addirittura i chlilometri salgono 1.337. Una distanza importante. Eppure da Perugia, dopo le ultime due grandi inchieste della Questura su droga e prostituzione, si può incominciare a vedere bene cosa accadeva, cosa accade e forse cosa accadrà su alcuni di quei barconi mandati al massacro sul mediterraneo dalla Libia e destinati alle coste italiane della Sicilia. Uomini e donne dei barconi che al 90 per cento poi vengono direttamente prelevati dalle navi delle Ong in caso di pericolo. E dati i mezzi utilizzati si potrebbe dire sempre. Tranne purtroppo quando il mare fagocita tutto: vite, barche, speranze e affari criminali. 

Al netto degli opposti schieramenti politici, degli odiatori seriali, dei radical chic e dei vecchi e nuovi razzisti, anche da Perugia si può capire che su quei barconi non ci sono soltanto persone che fuggono dalla Guerra - a cui va dato asilo - e dalla povertà a prescindere, ma ci sono anche forti interessi commerciali che trasformano persone in merce da piazzare sui vari mercati della criminalità anche di Perugia. C'è chi usa quei barconi, nascondendo il tutto tra povertà e chi è in fuga per non morire, per fare soldi, soldi veri. Le prove? Ci sono: ecco la tratta delle profughe da inserire nel mondo della prostituzione di Perugia e provincia. La polizia ha intercettazioni, testimonianze, denunce che dimostrano tutto questo tanto da aver liberato una ventina di ragazze e allo stesso tempo arrestati 8 individui nigeriani che dall'Umbria tiravano le file. 

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Le schiave del sesso arrivano con i barconi dalla Libia: finti contratti per i permessi, poi tutte a lavorare in strada

La "merce umana" in questo caso erano le giovani ragazze africane da importare. In Nigeria, nei villaggi più rurali, venivano individuate le più belle e convinte, alcune con la forza, ad iniziare un viaggio infinito. In camion, a piedi e con altri mezzi di fortuna fino in Libia. E qui, in campi improvvisati, attendono il giorno buono per essere spedite. Costrette a pagare il biglietto donandosi agli scafisti e a mediatori. La Squadra Mobile - tre anni di indagine approfondite - ha cristallizzato nell'inchiesta anche una testimonianza di una nuova schiava: "Sono partita dalla Nigeria insieme ad altri connazionali, uomini e donne. Poi siamo saliti su dei camion - ammassati come animali - per arrivare in Libia. Una volta qui sono stata reclusa in un campo profughi, picchiata e brutalizzata. Ho aspettato un mese prima di essere imbarcata". Alla domanda se la giovane ha pagato un biglietto la risposta è stata no. "Hanno preferito gli scafisti (un libico e un nigeriano), su richiesta esplicita, che mi concedessi sessualmente al posto del biglietto". 

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