Emanuele ucciso da un pugno fatale davanti al pub, scarcerato l'amico: "Non è un pericoloso assassino"

"Voglio espiare il mio peso sull'anima". In carcere ha tentato anche di compiere un gesto estremo, scongiurato grazie all'intervento degli agenti della penitenziaria

La vittima Emanuele Tiberi

Esce dal carcere Cristian Salvatori, il giovane accusato dell'omicidio preterintenzionale del coetaneo Emanuele Tiberi, il 32enne nursino ucciso da un pugno che non gli ha lasciato scampo. Una tragedia immane per la famiglia, gli amici e per l'intera comunità di Norcia tanto che nel giorno delle sue esequie era stato dichiarato lutto cittadino per questo drammatico episodio che ha sconvolto l'Umbria.

Ma se da una parte la procura, per tramite di una consulenza tecnica, aveva ricostruito come quel pugno sferrato da Salvatori ad Emanuele si sarebbe inserito all'interno di una specie di "gioco" tra i due, dagli esiti purtroppo drammatici, la famiglia non aveva accolto questa tesi, spiegando - attraverso una nota dei legali - che il ragazzo era stato raggiunto da un colpo da dietro. 

Il tribunale del Riesame, composto dai giudici Giuseppe Narducci, Marco Verola e Alberto Avenoso, hanno accolto il ricorso presentato dalla difesa dell'indagato - gli avvocati David Brunelli e Francesco Crisi del foro di Perugia - revocando la custodia cautelare in carcere applicata a Salvatori, sostituendola con quella degli arresti domiciliari presso una Comunità. Il ragazzo, in carcere da agosto, aveva tentato anche un gesto estremo, scongiurato solo grazie all'intervento della polizia penitenziaria e manifestando con un biglietto, la volontà di "voler espiare il peso dell'anima".  Un gesto, questo, scrivono i giudici del tribunale della libertà - "certamente genuino e non puramente dimostrativo" anche alla luce delle successive risultanze dell'osservazione psicologica, raccomandanti il mantenimento del regime di grandissima sorveglianza". 

Insomma, il tragico fatto non sarebbe maturato per i giudici nel contesto di una lite o di un rapporto di inimicizia tra i due, bensì quale conseguenza di una sorta di gioco intercorso tra i due soggetti dove "tuttavia Salvatori, ha violentemente agito con inquietante assenza di avvedutezza e autocontrollo sferrando un pugno che, pur non volendo, si è dimostrato fatale".  Scrivono ancora i giudici: "L'obiettiva gravità della tragedia, se adeguatamente costestualizzata nello scenario accertato dagli inquirenti, non consente una pedissequa equiparazione della figura del Salvatori a quella di un pericoloso assassino". 

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