Marina Ripa di Meana: "Vi racconto due grandi scrittori italiani"

Una Marina Ripa di Meana, in grande spolvero fa il punto su una stagione della vita culturale, civile e sociale della Roma al Grand Hotel. Con punture di spillo e sciabolate contro italici vezzi e atavici malvezzi

Una Marina Ripa di Meana, in grande spolvero fa il punto su una stagione della vita culturale, civile e sociale della Roma al Grand Hotel. Con punture di spillo e sciabolate contro italici vezzi e atavici malvezzi.

Introdotta da Giovanna Giubbini, presidente della Fondazione Marini-Clarelli Santi, l’iniziativa (targata “L’Una e l’Altra”) si dipana faticosamente. Scivola di un po’ la presentazione del volume “Colazione al Grand Hotel”. Un incidente, infatti, ritarda l’arrivo dell’autrice, mentre Elmo Mannarino comincia col tratteggiarne il versante umano e amicale. Gioia Zaganelli entra invece nello specifico del libro, leggendone luoghi e penetrandone la scrittura.

Marina, come sempre imprevedibile, va anche oltre il contenuto dell’opera, spargendo sul proprio intervento il pepe e il sale che ci si aspettava. Malgrado le non buone condizioni di salute, Marina spiazza e diverte. Racconta il libro come uno spaccato di vita che va oltre la biografia e propone Alberto Moravia e Goffredo Parise in modo discordante, rispetto all’immagine convenzionale della vulgata. Peraltro, i due amici furono testimoni di nozze nel matrimonio con Carlo Ripa di Meana (di cui sono in  sala il fratello Saverio e la sorella Daria). Facile stigmatizzare il colpevole oblio che appanna l’immagine e l’opera dei due scrittori.

Marina, nel libro, privilegia il parlato al racconto e spiega la genesi dell’opera. Precisando che le frasi tra virgolette sono la fedele riproposizione del vero. “Sono tornata in quella sala dove tante volte abbiamo pranzato insieme, con Alberto e Goffredo, e ho sentito l’odore del tempo e la seduzione della memoria. Altri tempi, altri personaggi, rispetto all’attuale mediocrità dominante!”. Poi l’aneddoto sulla padrona della villa (la prima moglie del produttore Carlo Ponti) che le fa una scenata per il mancato pagamento dell’affitto, alla presenza di un corteggiatore, della famiglia Gancia, così generoso da essere definito “Sgancia”. Il quale, innamorato perso della “bellissima e oca” Marina, si offre di sopportare tutte le spese e la fa trasferire al Grand Hotel con la bambina Lucrezia. Con loro anche la cagnetta Banana, che si abitua a mangiare in una ciotola d’argento.

“Da allora ho invitato per mesi a colazione i due amici scrittori, col patto di non parlare mai di letteratura”. Scrocconi? Forse. Tanto c’era “Sgancia” che pagava. Quindi una battutina sulla proverbiale parsimonia moraviana: “Credo che nessuno dei due abbia mai lasciato un centesimo di mancia”.

Il tenore delle discussioni? “Cose personali, quando non addirittura un confronto sulla cottura dei gamberoni”. Insomma: come tiro giù dal piedistallo due icone della letteratura italiana. La ragazza, peraltro, si rivela tutt’altro che scema, in quanto comincia ad affermarsi nel mondo della moda ed entra in contatto col milieu artistico e intellettuale della capitale. “Parise? Mi telefonava anche tre volte al giorno. Moravia? Si diceva innamorato delle sue “tre donne” e cercava comprensione contro la Maraini che aveva scelto di vivere da separati in casa, facendo tirare pareti di cartongesso!”.

Esperienze, contatti interessanti? Dario Bellezza, stranetto! Mario Schifano? Ebbe i suoi problemi di droga e non fu facile alleggerirne la posizione. “Così perso che, quando lo andammo a trovare in carcere, ci offrì una striscia da sniffare!”. E poi la Morante che, conoscendo la decantata seduzione della giovane, incontrandola esclamò: “E sarebbe tutta qui questa Marina?”. Poi, villanamente, rifiutò uno scatto al paparazzo di turno. Certo: tutti i grandi personaggi, visti da vicino, si rivelano nella loro mediocre umanità. E questo libro ne è la conferma.

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