Maltrattamenti nella comunità terapeutica, le vittime chiamano in causa Regione e Asl

Iniziato il processo a carico di nove persone accusate di percosse, sequestro di persona e violenze nella struttura L'Alveare di Torchiagina

Le persone rinviate a giudizio con l’accusa di percosse, sequestro di persona, maltrattamenti in una comunità assistenziale sono diventate nove e il processo è ancora fermo alle questioni preliminari e alle notifiche (alcune non andate a buon fine) agli imputati e alle persone offese.

Le mani legate dietro la schiena con il nastro adesivo, polsi spezzati, secchiate di acqua fredda, punizioni fisiche e psicologiche. È quanto sarebbe emerso dalle indagini effettuate dai carabinieri del Nas, su delega del pm Michele Adragna, sul comportamento degli operatori di una struttura sanitaria a Torchiagina. Indagini che avevano portato all’arresto di sei persone (ai domiciliari) e ad indagarne altre cinque per la gestione della struttura L’Alveare di Tochiagina. Della vicenda si è occupata anche la trasmissione “Le iene”.

Secondo gli investigatori il responsabile della struttura e alcuni operatori “in concorso tra loro” avrebbero “maltrattato” almeno 12 pazienti-ospiti (la struttura ne ospitava 31 a pieno regime) “mediante reiterati atti di aggressione fisica e psicologica, con costante ricorso alla violenza (consistita in schiaffi, pugni, calci, presa per i capelli e bastonate), ad atti di afflizione fisica e psicologica, quali punizioni per fatti di disobbedienza o di mancato rispetto delle regole interne alla struttura, consistiti nell’aver lasciato i pazienti senza pranzo o senza cena, nell’averli privati dei propri effetti personali e della possibilità di fumare, nell’averli chiusi a chiave in uno dei bagni della struttura, o comunque in locali al buio e nell’averli costretti a lavarsi i denti nelle fontane dei giardini esterni, nonché alla minaccia come metodo educativo”.

I carabinieri del Nas avevano avviato l’indagine dopo aver ricevuto un esposto da parte di una persona che conosceva quanto sarebbe avvenuto nella struttura, allegando anche alcune foto che ritraevano i segni delle violenze. Telecamere, intercettazioni ambientali e telefoniche avrebbero completato il quadro investigativo e le contestazioni penali. Uno degli operatori avrebbe afferrato per un braccio un ospite e “torcendoglielo dietro la schiena, tanto da farla piangere dal dolore e da causarle la frattura dell’avambraccio”. In un’altra occasione o stesso operatore avrebbe preso per il naso “tra le nocche e torcendolo con forza” ad un ospite che “temporeggiava nella consumazione del pasto”, fino a farlo sanguinare. E poi spintoni, insulti, minacce, tirate di capelli a chi chiedeva di vedere una partita di calcio in tv oppure era steso sotto un albero e non lavorava nell’orto. Alcuni episodi sarebbero anche collegati al rifiuti di alcuni pazienti di assumere i farmaci previsti dal medico o di farsi medicare come da prescrizione. Un paziente sarebbe stato rimproverato e insultato in quanto aveva le tasche piene di fazzoletti usati di carta, nonostante gli operatori lo avessero avvertito di buttarli prima di mettere i pantaloni in lavatrice, visto che i fazzoletti avrebbero potuto rovinare l’elettrodomestico. In altre occasioni gli indagati avrebbero costretto alcuni pazienti a “stare in piedi con la fronte contro il muro per punizione senza nemmeno potersi appoggiare sul tavolo.

La struttura ospita persone di ambo i sessi “con patologie psichiatriche o con doppia patologia”, inseriti attraverso la richiesta dell’Asl o dell’autorità giudiziaria. Secondo gli accertamenti del Nas “i pazienti maggiormente presi di mira erano quelli con problemi psichiatrici, particolarmente indifesi vulnerabili”.

Oggi in aula davanti al giudice Francesco Loschi si è tenuta la prima udienza dibattimentale, ma dopo l’appello e la constatazione che due imputati sono deceduti, si è provveduto ad un rinvio, fatta salva la richiesta da parte dei difensori di parte civile di citare come responsabile civile la Asl e la Regione per aver affidato i paziente alla strutture e per aver concesso l’accreditamento.

Gli imputati sono difesi dagli avvocati Luca Gentili, Michele Morena, Alessandro Bacchi, Simone Pillon, Sara Napoleoni, Maria Laura Antonini, Gabriele Brindisi e Giuseppe Grande. Le parti civili sono rappresentate, tra gli altri, dagli avvocati Annalisa Rosi Cappellani e Noemi Marino, Antonio Di Pietro, Alfonso Tordo Caprioli.

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