Intervista - Parla la nipote dell'artista perugino dimenticato: "Perugia per lui è stata matrigna, ma ora..."

Pittore e musicista di fama internazionale ma a Perugia "cancellato" perchè omosessuale dichiarato. Ma ora per Benito Vicini, dopo alcuni dalla morte, in tanto hanno voglia di riscoprirlo e riscattare la sua arte... ecco come

Marisa Vicini è la nipote prediletta di Benito, l’artista a tutto tondo intorno alla cui figura la Vetusta ha avviato una riflessione per il modo incivile in cui lo emarginò, in vita, a causa del suo orientamento sessuale. La proposta (uscita dal social facebook e annunciata per prima sulle colonne di PerugiaToday) di intitolargli una strada, è stata raccolta e fatta propria dal consigliere Carmine Camicia che l’ha rappresentata al presidente della Commissione toponomastica del Comune di Perugia, dottor Ugo Maria Bonifacio.

Chiediamo a Marisa Vicini: Quale il rapporto che ti lega alla memoria di tuo zio Benito? “Innanzitutto, ho rivissuto come in una film la vicenda delle mie memorie dello zio quando mi sono trovata a svuotare la casa di via Pinturicchio dopo la sua morte. Da allora, tengo come preziose reliquie i suoi ricordi”.

Quali? “Foto di varie stagioni della sua vita, quadri, disegni, doni, registrazioni… addirittura i quaderni e le pagelle delle elementari. Perfino il violino sul quale studiava”.

Quale riflesso ha avuto nella tua vita la parentela con “Nito?”. “Fin da ragazzina, io e mia sorella Irene venivamo additate, dai perugini più beceri e morbosi, con la battuta: ‘Quelle son le nipoti del Nito’, ma confesso che questa parentela non mi ha mai imbarazzato, anche perché ammiravo lo zio per le sue qualità di artista sensibile e per la sua ricchissima umanità”.

Lo vedevi spesso? “Sono nata nella casa di via Pinturicchio, dove abitavamo tutti insieme. Eravamo poveri ma, come si dice, non ci mancavano l’amore e la condivisione. Ma lo zio viaggiava, lavorava molto all’estero, a Nizza, tanto per fare un esempio, ed era spesso in crociera, col gruppo musicale. Poi, tutta la settimana stava a Montepetriolo, con la contessa Rossi Scotti che nutriva per lui una vera ammirazione e lo pagava per prestazioni di natura artistica”.

Ti imbarazzava il suo professarsi omosessuale? “Mai. Piuttosto, evitavano di salutarlo, in pubblico, alcuni di quelli che lo zio definiva “velati”, ossia omosessuali (invero assai numerosi a Perugia) che vivevano la loro condizione con imbarazzo e senso di colpa, nascondendosi dietro un aspetto di rispettabilità, con famiglia, lavori prestigiosi, perbenismo di facciata”.

Chi, tra i perugini, lo riconosceva come persona di valore e non gli dava ostracismo sociale? “Tanto per fare dei nomi conosciuti, ricorderò il poeta Claudio Spinelli e suo fratello Nello (oggi a.d. Minimetro), il pittore Franco Venanti, il patròn di Umbria Jazz Carlo Pagnotta e suo padre, quando gestiva il ristorante Trasimeno. Aggiungo il trombettista Gian Franco Ticchioni e tanti altri musicisti che lo stimavano professionalmente, l’artista e dentista Brajo Fuso, il sarto Vitaliano (il suo miglior amico), il pittore Manlio Bacosi e, se mi permetti, Sandro Allegrini di cui mi parlò sempre bene".

Un aneddoto negativo? “Quando era ormai molto malato, fu ricoverato al Grocco per due mesi; poi occorreva una struttura
di lungodegenza che fu trovata, ma fuori della sua città natale. Proposi al Comune di Perugia di donargli tutti i disegni dedicati alla poesia di Sandro Penna (un altro grande perseguitato, ndr) in cambio di una sistemazione di Benito in città. Ma non ci fu verso di fargli finire i suoi giorni tra le mura della città che tanto amava e che con lui si dimostrò matrigna”.

E la fine? “Se ne andò serenamente. Non era operabile e fu accompagnato alla morte con discrezione. Non l’ho mai sentito lamentarsi. Si è spento con eleganza e riservatezza, come suo costume”.

Della sua opera cosa resta? “Tanti quadri nelle case dei perugini, ma anche nelle mani di noi cinque nipoti. Qualche
registrazione, compresa quella del ricordo che tu gli dedicasti all’Accademia del Dónca”.

Un’ultima informazione e una proposta? “La Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia possiede 45 opere di Benito Vicini. Sarebbe il caso che – magari affidandosi al noto critico Francesco Federico Mancini – se ne facesse una grande
mostra. Credo che lo zio avrebbe apprezzato”.

Intanto, aggiunge il cronista, è in preparazione una biografia di Benito che verrà pubblicata nella collana “Gli Umbri” dell’editore perugino Morlacchi.

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