Fiera dei Morti: viaggio alle radici della tradizione tra fede, commercio e storia di Perugia

L'imminenza dell'evento della Fiera dei Morti può costituire un'opportunità per riflettere sulla storia e l'evoluzione di un avvenimento molto radicato nel costume, oltre che nella storia locale e commerciale della città

L’imminenza dell’evento della Fiera dei Morti  può costituire un’opportunità per riflettere sulla storia e l’evoluzione di un avvenimento molto radicato nel costume, oltre che nella storia locale e commerciale della città. Non è certamente possibile recuperarne le caratteristiche originali, ma risulta interessante coglierne almeno il significato antropologico.

La Fiera dei Morti era originariamente definita “di Ognissanti”, ma un sussulto laicista, nel Seicento, preferì dedicarla al culto dei defunti. Altri sostengono invece che l’input fu fornito dai benedettini che individuarono il 2 novembre come giornata da dedicare alle preghiere per i familiari estinti. La consuetudine fa capo al Medio Evo, risalendo al XIII secolo, e fu l’iniziativa più importante della regione. Circa un secolo dopo, nacque la Fiera del Perdono di Assisi.

A Perugia si tenevano anche le meno rinomate fiere di S. Ercolano e della Conca. A Monteluce, in via Cialdini, resistono ancora tre botteghe medievali, un tempo attive non solo nel periodo della Festa del cocomero e del basilico di  Ferragosto. Fino a tutto l’Ottocento, la funzione economica e civile delle fiere fu fondamentale, sia per il reperimento di merci legate alle attività professionali e familiari, sia come sfogo commerciale per i prodotti locali.

Ma l’evento risultava significativo anche sotto il profilo culturale. Difatti, in occasione delle fiere, si svolgevano manifestazioni di grande richiamo, come giostre, tornei, esibizioni di giocolieri e saltimbanchi. Oltre alla famosa corsa del toro. Non era infrequente, come anche oggi accade, imbattersi in furfanti e borseggiatori, che venivano perseguiti dalle guardie comunali in servizio d’ordine. L’elemento principale di attrazione era costituito dalle novità: attrezzi speciali, oggetti di uso quotidiano, stoffe. Ancor oggi, gli ambulanti vantano le virtù di utensili per il lavoro e per la casa. Ogni anno ci sono oggetti nuovi e curiosità. Che, portate a casa, magari non funzionano!

Alla fiera, i cantastorie, gente di teatro, avventurieri e viaggiatori portavano l’informazione che oggi viaggia attraverso i canali della multimedialità. In tal modo, si favoriva il transito delle notizie e si rompeva momentaneamente il tradizionale isolamento delle popolazioni umbre, sfavorite sul piano delle comunicazioni, data anche la conformazione del territorio. Le “Riformanze” e gli “Statuti” del Comune di Perugia fanno riferimento alla “fiera di novembre”, tenuta nel popolare borgo di Porta San Pietro già nella seconda metà del Duecento. Ciò fa presumere che la consuetudine fosse ben più antica. D’altronde, il collegamento coi Santi e col culto dei defunti sopravvive tuttora anche in specialità della tradizione come le “fave dei morti”, o i biscottini “ossa dei morti”, che collegavano l’aspetto rituale a quello gastronomico. Certamente il mercato locale trovava nella fiera uno stimolo importante. Insomma, i perugini del Centro, dei Borghi e del contado andavano alla fiera non solo per comprare, ma anche per vendere i propri prodotti.

Il Comune assecondava l’evento con un particolare regime giuridico e con franchigie che esentavano i mercanti da qualsiasi genere di dazio o imposta sulle merci. Anche se con qualche protezionismo a favore dei lanari perugini. Addirittura, esistono ancora, al Centro storico (in via Ritorta), dei locali che portano all’esterno uno speciale contrassegno indicante il fatto che si trattava di spazi riservati ai mercanti forestieri. Essi potevano riporvi le merci, usandoli come fondachi o magazzini. In certi casi, addirittura, erano anche autorizzati ad  alloggiarvi. (1. continua)

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