"Ferragosto... moglie mia, nun te conosco" e Monteluce offre basilico "gentile", in quell'antica edicola

Ferragosto deriva da Feriae Augusti e nella Roma imperiale costituiva un periodo di festa in nome di Ottaviano Augusto. C’è chi sostiene che l’agosto “di ferro” si riferisca alla calura estrema. Ma è una balla, dato che, oltretutto, per Ferragosto fa la classica piovutina con abbassamento delle temperature. “Ferragosto, moglie mia nun te conosco” recita un antico detto contadino. I film degli anni Sessanta ci hanno proposto la frase con qualche libertà. Ma la sapienza contadina si riferiva ad altro. 

Esattamente al fatto che, col caldo, era sconsigliabile “accostarsi” alla moglie per non… perdere energie. Difatti, passata la mietitura e la battitura, ci si dedicava alla faticosa coltura del tabacco (specie nell’Alto Tevere) e ci si preparava alla vendemmia, operazione molto impegnativa (“settembre, l’uva è mezza e l fico pende”). Ma il ferragosto è anche solennità liturgica, ricordando l’Assunzione di Maria Vergine. A Monteluce, dal 14 sera, si celebra la “Luminaria magna”, ossia la solenne processione dalla cattedrale alla chiesa parrocchiale.

Poi, il 15, la tradizionale vendita delle coccette di basilico (preparate dalle suore clarisse) nell’edicola a fianco della chiesa (foto). Tale rito della distribuzione richiama l’operato di papa Leone IV, così come documentato da un affresco nella chiesa di San Matteo degli Armeni. Tradizione vuole che il drago Basilisco (una specie di Sfinge, divoratrice di uomini) fosse scacciato da questo papa che avrebbe agitato un semplice rametto di basilico. Termine che, derivando dal greco antico, significa “erba degna di un re” e addirittura magica.

È da sapere che non si tratta di basilico da cucina, ma serve per profumare l’ambiente ed è chiamato “basilico gentile”. Un tempo, i giovanotti ne regalavano una pianticella come pegno d’amore all’innamorata. Analogamente a quanto accadeva col torcolo di San Costanzo, infilato al braccio come metafora della fede nuziale e di impegno al matrimonio, assunto di fronte alla comunità. A Monteluce si preferiva il torcolino all’anice, morbido e profumato. Una volta si mangiava in comitiva al Toppo (torta al testo, pollo all’arrabbiata, baccalà in umido, pomodori ripieni, oca arrosto, patate, insalata, cocomero…) dove si teneva anche il mercato del bestiame. Se ne radunavano oltre 5 mila fra buoi, vitelli, vaccine, cavalli e ovini. 

Curiosità: il padrone del campo non pretendeva compenso, ma si accontentava del diritto di raccogliere le deiezioni, ottimo fertilizzante. La classica Fiera di Monteluce offriva croccanti, fischietti, fette di cocomero. È ormai dimenticata. Ma da qualche anno le associazioni tentano di rilanciarla.


 

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                 ’

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