Vandali all'assalto della galleria d’arte all’aperto di viale Faina: statue distrutte

L’artista, Adriano Massettini, si dedica da anni a portare avanti questo progetto. Nel suo tempo libero, si reca nello storico viale lungo il quale si dipanano le ex case operaie della Saffa, dove peraltro ha abitato

La Galleria d’arte all’aperto di viale Zeffirino Faina è stata vandalizzata con la quasi completa distruzione delle sculture realizzate sui muri e sugli alberi.

L’artista, Adriano Massettini, si dedica da anni a portare avanti questo progetto. Nel suo tempo libero, si reca nello storico viale lungo il quale si dipanano le ex case operaie della Saffa, dove peraltro ha abitato.

La materia prima utilizzata è economica e naturale: impasta argilla con cellulosa, ottenuta facendo sciogliere in un secchio i contenitori di uova. Quando questi sono macerati, unisce il tutto e realizza il materiale per proporre sculture di carattere simbolico, appoggiandole sui tronchi degli alberi o sui muri che lambiscono il marciapiedi di destra a salire verso il Cassero.

Chiunque abbia visto queste sue opere le ha ammirate. Adriano ama plasmare figure che si richiamano alle nostre radici etrusche (la chimera), greche (le gorgoni) e romane (navi, capitelli, colonne). Rappresenta anche animali cari al mondo egizio: gatti, serpenti, coccodrilli, scarabei. Insomma: tutto in modo innocuo e innocente. Grazioso e aggraziato.

Adriano è una persona semplice e profonda. Di lavoro fa l’infermiere ed è solito adoperarsi per la salute del prossimo. Ma ritiene che vada esaltata anche la parte fantastica e spirituale di ciascuno. Cerca così di dare gratuitamente il proprio contributo etico ed estetico alla città, senza nulla chiedere. Per il solo piacere di donare.

Da qualche tempo, dei teppistelli si divertono a rompere queste opere. Ha provato ad ostacolarlo nelle sue realizzazioni anche qualcuno di “quelli che contano”. Un tipo arrogante lo minacciò di denunciarlo per inquinamento ambientale o danneggiamento di bene pubblico. Affermazioni semplicemente risibili. Ma sono rimaste solo parole. Ora, invece, dei malviventi sono passati a vie di fatto, distruggendo gran parte del suo lavoro.

Scrive sconsolato, in un messaggino, all’Inviato Cittadino che per primo lo intervistò, proponendolo alla pubblica ammirazione: “Mi sa che finisco di togliere quelle che rimangono. Sono stato proprio uno stupido a perdere tempo in questo lavoro. Ora tutto è finito. Basta”. Ha pure messo un cartello (che lo invito a togliere) in cui parla di esperimento concluso.

Mi ha detto: “La cosa che più mi offende è che questo qualcuno abbia agito di notte, come un ladro. Se mi avesse spiegato perché disprezza le mie opere, sarei stato il primo ad aiutarlo a romperle”.

Invece sappiamo bene che la gente le ammira, si ferma a fotografarle, le apprezza. Altro che vandalizzarle.

A chi gli oppone che si tratta di prodotti effimeri, risponde serafico: “L’esistenza di una farfalla è bellissima e colorata. Ma finisce presto. Così la vita umana. L’importante è che ogni esperienza non sia stata inutile. Mi piace mantenere il dialogo tra generazioni: quelle che ci hanno preceduto e quelle che verranno”.

Adriano ha capito la compresenza di Capitini, senza aver letto nemmeno un libro del filosofo nonviolento di Palazzo dei Priori. Viene in mente De André e “La canzone di Marinella” quando recita “… e, come tutte le più belle cose, / durasti solo un giorno… come le rose”.

Grazie, Adriano, ultimo poeta della Vetusta. Un solo consiglio: non arrenderti alla banalità del male. Mostra che la nonviolenza e la cultura del dono sono più forti di qualunque smania devastatrice e mania distruttiva. Resistere, sempre, al male. Con la forza silenziosa del bene.

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