Capanne, trovato il corpo privo di vita di un agente della penitenziaria

Il corpo privo di vita di un agente della polizia penitenziaria è stato rinvennuto da alcuni colleghi nell'area degli uffici del Carcere di Capanne dove l'uomo prestava servizio. Vicino al corpo è stata ritrovata la pistola di ordinanza. Inutili i soccorsi allertati dai colleghi della vittima nel primo pomeriggio di oggi. Il segretario nazionale del sindacato SAPPE di Polizia Penitenziaria Donato Capece, interpellato via telefono dalla redazione di Perugiatoday.it, ha confermato la tragedia avvenuta in caserma. 

"Siamo tutti sconvolti anche perchè il nostro collega lascia la moglie e un figlio piccolo". Molto probabilmente, ma gli accertamenti sono in corso e sarà chiesta anche l'autopsia, l'agente - le cui generalità non sono state fornite - avrebbe rivolto la pistola contro se stesso. La pista del suicidio appare quella più fondata. Sia il sindacato che i colleghi non sanno spiegare i motivi del drammatico gesto. La vittima potrebbe aver lasciato - secondo alcune voci - un foglio scritto. 

“Sembra davvero non avere fine il mal di vivere che caratterizza gli appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria”, spiega Fabrizio Bonino, segretario nazionale per l’Umbria del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe. E ancora: “Tragedie che ogni volta che si ripetono determinano in tutti noi grande dolore e angoscia. E ogni volta la domanda che ci poniamo è sempre la stessa: si poteva fare qualcosa per impedire queste morti ingiuste? Si poteva intercettare il disagio che caratterizzava questi uomini e, quindi, intervenire per tempo? Siamo vicini alla moglie, al figlio, ai familiari e agli amici”, conclude Bonino.

Attonito Donato Capece, segretario generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe: “Sono davvero sgomento. Solo nel mese di agosto si erano tolti la vita due poliziotti penitenziari. E dal 2000 ad oggi oltre cento sono stati i casi di suicidio nel Corpo di Polizia e dell’Amministrazione penitenziaria. Non sappiamo se vi siano correlazioni con il lavoro svolto. Ma è luogo comune pensare che lo stress lavorativo sia appannaggio solamente delle persone fragili e indifese: il fenomeno colpisce inevitabilmente anche quelle categorie di lavoratori che almeno nell’immaginario collettivo ne sarebbero esenti, ci riferiamo in modo particolare alle cosiddette “professioni di aiuto”, dove gli operatori sono costantemente esposti a situazioni stressogene alle quali ognuno di loro reagisce in base al ruolo ricoperto e alle specificità del gruppo di appartenenza. Il riferimento è, ad esempio, a tutti coloro che nell’ambito dell’Amministrazione di appartenenza spesso si ritrovano soli con i loro vissuti, demotivati e sottoposti ad innumerevoli rischi e ad occuparsi di vari stati di disagio familiare, di problemi sociali di infanzia maltrattata ovvero tutto quel mondo della marginalità che ha bisogno, soprattutto, di un aiutoimmediato sulla strada per sopravvivere”.

“L’Amministrazione Penitenziaria non può continuare a tergiversare su questa drammatica realtà”, conclude Capece. “Non si può pensare di lavarsi la coscienza istituendo un numero di telefono – peraltro di Roma – che può essere contattato da chi, in tutta Italia, si viene a trovare in una situazione personale di particolare disagio. Servono soluzioni concrete per il contrasto del disagio lavorativo del Personale di Polizia Penitenziaria. Come anche hanno evidenziato autorevoli esperti del settore, è necessario strutturare un’apposita direzione medica della Polizia Penitenziaria, composta da medici e da psicologi impegnati a tutelare e promuovere la salute di tutti i dipendenti dell’Amministrazione Penitenziaria”.

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