Schiave e senza possibilità di fuga, decine di ragazze portate a Perugia per prostituirsi

Grazie a una lunghissima indagine è stato possibile scoprire un grosso giro di prostituzione messo in piedi da due coniugi che sfruttavano senza pietà delle giovani connazionali

Aguzzini, senza scrupoli e ben organizzati. Queste le tre caratteristiche che hanno permesso a marito e moglie di diventare dei veri e propri imprenditore del mondo a luci rossi. Ogni singola fase della loro attività criminosa era ben studiata, a partire dalle giovani ragazze che, entravano in Italia senza permesso e venivano subito messe al “servizio dei clienti” in cerca di prestazioni sessuali.

Il tutto è emerso dopo una lunghissima indagine della polizia giudiziaria intrapresa dall’Ufficio Anticrimine del Commissariato P.S. di Assisi, che ha portato alla denuncia di ben 15 soggetti, tutti  di nazionalità cinese, indagati per i reati di favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione e favoreggiamento della permanenza illegale dello straniero nello Stato. 

Le vittime - Le ragazze, che il più delle volte non conoscevano l’italiano, venivano collocate nei vari appartamenti per rimanervi per tutto il periodo necessario in cui dovevano prostituirsi. Come confessato da alcune giovani, queste giungevano in Italia attraverso un’agenzia di viaggio cinese alla quale versavano la somma di circa 20.000 euro; tale cifra avrebbe coperto il pagamento del viaggio aereo, l’intermediario che avrebbe fornito loro le indicazioni da seguire una volta arrivate in Italia per ottenere un lavoro da massaggiatrice  e  una scheda telefonica che il referente dell’agenzia in Italia avrebbe loro consegnato una volta giunte all’aeroporto di Roma o Milano. 

Sbarcate in Italia, il referente ritirava loro il passaporto facendo  credere che non fosse più necessario alla loro permanenza. A quel punto, senza documenti e dunque di fatto limitate, con l’inganno, nella loro possibilità di movimento, le giovani  venivano successivamente dirottate prima su Prato e poi a Perugia.  Qui, alla stazione ferroviaria, venivano prelevate direttamente dai due coniugi per essere poi portate negli appartamenti per avviarle all’esercizio di un’attività che avrebbero scoperto ben presto non essere quella di semplice massaggiatrice.

Una volta collocate  negli appartamenti, le ragazze venivano messe di fatto nelle condizioni di non uscire mai dalla loro prigione in quanto prive dei documenti e delle chiavi d’ingresso delle abitazioni. I coniugi pensavano quindi al loro sustentamento e a tutto il materiale per prostituirsi: dai profilattici ai gel lubrificanti, dalle salviette umidificate alle creme lenitive intime, tutto in grandissima quantità, dal vestiario succinto alla biancheria intima sexy fino al prontuario contenente le frasi tradotte in italiano da dire ai clienti e un tariffario delle varie prestazioni, oltre a varie schede telefoniche e uno o più cellulari in dotazione. 

Ogni due giorni, come accertato a seguito degli appostamenti e dei pedinamenti effettuati dal personale di polizia e come confermato dalle dichiarazioni delle tante ragazze sentite dagli agenti, i due coniugi  si recavano presso gli appartamenti per prelevare gli incassi: su 50 euro lasciavano alle ragazze soltanto 15 euro che sarebbero dovute servire alle stesse per riscattare il proprio passaporto prelevato al loro ingresso in Italia. Le giovani ragazze venivano immesse sul mercato attraverso l’inserzione di annunci su siti web specializzati in “incontri” o riviste generiche di inserzionisti corredate da immagini di donne in abiti succinti  ed indicazione di numeri di utenza cellulare da contattare.

Divisione dei ruoli - Tali utenze “dedicate” risultavano anch’esse intestate a cittadini cinesi compiacenti anche se di fatto utilizzate dalla L. Y. nella sua veste di “centralinista”. Era infatti la moglie a ricevere le telefonate dei clienti e a smistarli nei vari appartamenti,  contrattando personalmente data, orario e prezzo delle prestazioni.  La rete organizzativa messa in piedi dai due coniugi si estendeva su Perugia e su altre località vicine con modalità ben collaudate dai due negli anni. 

L’attività investigativa, iniziata a gennaio scorso e proseguita senza sosta, ha reso necessario monitorare ogni movimento ed ogni azione della coppia di sfruttatori, e con specifico riferimento al ruolo ricoperto dall’uomo, le indagini hanno permesso di accertare che L. X.,  sprovvisto di qualsiasi altra fonte di reddito se non quella illecita derivante dall’attività criminosa, gestisce anche un ristorante di cucina tipica tradizionale cinese e giapponese a Perugia.
 
I clienti - Se il volume d’affari gestito dalla coppia di cinesi sembra essere vertiginoso, e se l’estensione geografica della loro attività “imprenditoriale” copriva un’area geografica molto estesa, con una disponibilità immobiliare e di risorse umane da fare invidia ad un’azienda di grandi dimensioni, altro aspetto sconcertante è l’ “utenza”. Come succede per altri fenomeni criminali, se vi è la possibilità di “offrire” un determinato “prodotto”, e di produrre con tale attività ricchezza, è altrettanto vero che ciò accade in funzione di quella che è la “domanda” di tale prodotto.

Una “domanda” sulla quale gli investigatori di Assisi hanno puntato fin dall’avvio dell’indagine, e che è stata sì decisiva e risolutiva per arrivare ai due sfruttatori cinesi ed al loro losco giro di prostituzione, ma che, allo stesso tempo, ha  scoperto un vero e proprio “vaso di pandora”: una cinquantina, infatti, sono le persone, tutte residenti tra Assisi, Bastia e Perugia, quasi sempre incensurate e, in alcuni casi, per professione e condizione sociale, ritenute “assolutamente insospettabili”, che, fermate ed sentite all’uscita delle case “squillo” sulle prestazioni di cui avevano appena “fruito”, hanno permesso di ricostruire con ogni dovizia di particolari cosa succedesse al loro interno, confermando le costruzioni investigative della polizia.

Inutile, per loro, nonostante un comprensibile imbarazzo, qualsiasi tentativo di rifiutarsi di collaborare: meglio raccontare alla Polizia tutta la verità, confidando nella doverosa riservatezza del segreto istruttorio, che finire nel calderone degli indagati per favoreggiamento della prostituzione.

Risultati - L’attività d’indagine appena conclusa dai poliziotti di Assisi, se ha avuto origine dallo spunto investigativo relativo a due possibili appartamenti “a luci rosse” a Bastia Umbra e ad Assisi, ha in realtà permesso di disvelare tutto un “mondo” fatto di spregiudicati sfruttatori, fiancheggiatori, giovani ragazze ingannate e private della libertà personale da loro stessi connazionali, e tutta una insospettabile clientela locale, il tutto per un giro di migliaia e migliaia di Euro.
A conclusione dell’operazione, i risultati operativi conseguiti sono così sintetizzati:
-  15 le persone indagate per i reati di favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione e favoreggiamento della permanenza illegale dello straniero nello Stato; 
- 17 gli appartamenti individuati quali luoghi di esercizio dell’attività di prostituzione gestita e/o controllata da L. Y. e L. X.;
- 7 gli appartamenti sequestrati di cui  4 a Perugia, 1 a Corciano, 1 a Bastia Umbra e  1 ad Assisi, Fraz. S.M. Angeli. 
- 50 circa  le persone identificate e sentite dalla polizia come persone informate sui fatti;
- 8 le  espulsioni di cittadini stranieri irregolari effettuate.
    
    
 

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