Prescrizione, separazione delle carriere, Csm, a chi giova la riforma della (o contro) la giustizia?

L'intervento di Giuliano Mignini, magistrato e membro dei Giuristi cattolici di Perugia

Riceviamo e pubblichiamo dal magistrato Giuliano Mignini, in qualità di esponente dei Giuristi cattolici di Perugia, un contributo sul tema della riforma sui temi della giustizia, dalla prescrizione al futuro del CSM fino alla separazione delle carriere.

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Sarebbe necessaria una riflessione storica approfondita sull’origine e le motivazioni dell’ormai storico conflitto tra “Politica” e “Giurisdizione”, ma, in attesa di questa riflessione, non rimane che prendere atto di questo conflitto, per lo più, sconosciuto per lo meno ai paesi di “democrazia” occidentale.

Questo contrasto si è riproposto oggi con il conflitto tra la Lega e il Movimento 5 Stelle, un cui esponente che è anche Ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, è autore di un progetto di riforma della Giustizia per il quale è giunto un accordo di massima sulla giustizia civile e la riforma del CSM, mentre l’intesa è naufragata sulla giustizia penale.

Dei due contendenti, quello che esprime gli interessi della “Politica” e che ne è l’attuale portavoce è certamente la Lega.

Quali sono i punti controversi?

Su tutti campeggia, è inutile nasconderlo, il nodo della prescrizione per la quale entrerà in vigore la norma “spazzacorrotti” e cioè i termini di prescrizione saranno bloccati dal prossimo primo gennaio, dopo la sentenza di primo grado. La Lega “lega” l’istituto sostanziale della prescrizione alla realtà processuale della durata dei processi e poiché non è affatto semplice accelerare i processi e nulla è stato previsto in proposito, si oppone all’entrata in vigore della norma “spazzacorrotti”.

È curioso questo legame. Confesso che quando avevo studiato l’istituto della prescrizione, non avrei mai immaginato che qualcuno l’avrebbe concepito in futuro come strumento acceleratore dei processi.

A cosa serve un processo, penale, nella fattispecie ? Serve ad accertare un fatto che presenta estremi di reato e, quindi, a capire se quel fatto s’è verificato, se ha le caratteristiche “criminali” che la legge prevede, chi lo abbia commesso, dove e quando. La giustizia mira a questo. La durata del percorso che è necessario per pervenire a tale risultato è, direbbe Aristotele, un “accidente”. Che duri un certo tempo o un altro, non rileva in ordine al fine. Quello che conta è il risultato. Che si debba fare il possibile perché il processo duri il meno possibile, è evidente. Bisogna poi stare attenti che la limitazione della durata non si traduca in un’indagine e in un processo superficiali e inidonei al perseguimento del fine che è l’accertamento della verità.

Cosa significa invece la prescrizione? Con la prescrizione, dopo il decorso di un certo periodo di tempo, il reato si estingue, anche se si è in cassazione e non si può più procedere. Il processo finisce e l’esigenza delle parti private di far finire il prima possibile il processo è garantita. Peccato che questo vada a discapito della verità. Pur di garantire l’”accidente”, si sacrifica il fine del processo. “Com’è andata ?” ci si chiederà e si risponde: “ Boh ! E’ prescritto. È come una partita finita 0 a 0. “. Anni di spese, impegno, studio, che se ne vanno in fumo perché è scaduto il termine.

E non è che il beneficiato della prescrizione se ne avvantaggi oltre un certo limite. Gli si potrà sempre rinfacciare una sua posizione “sospetta” e ambigua e il fatto di non avere rinunciato al beneficio della prescrizione.

Questo non significa ovviamente che si debba ignorare il danno dell’eccessiva durata del processo, per il quale sono peraltro previsti rimedi specifici. Si potrà ottenere lo stesso risultato attraverso una massiccia depenalizzazione o lo snellimento dei sistemi di impugnazione in materia cautelare, ad esempio, ma utilizzare uno strumento che rende inutile un processo come limite di durata dello stesso mi sembra veramente del tutto irrazionale.

E quello che rende ancora più incomprensibile questo legame che si cerca di costruire tra due realtà completamente diverse nella loro fisionomia e nella loro ratio è che, nel nostro ordinamento, il processo tende a durare più che altrove per la presenza di una pluralità di gradi di giudizio, anche sulle misure cautelari, che è fatta apposta per garantire una decisione finale più meditata e consapevole.

Questo è forse il “nodo” più delicato e, forse, più rilevante nella recentissima crisi di governo. Ad esso si collega il contrasto sulla “durata” dei termini del processo, passati da 9 anni a 6.

Ma ve ne sono altri. Tralascio l’argomento intercettazioni perché, a quanto mi risulta, le obiezioni della Lega si fondano sulla condivisibile esigenza di tutela della riservatezza e, quindi, sul divieto di pubblicazione delle conversazioni e, a quanto ne sappia, non implicano limiti all’istituto delle intercettazioni stesse.

L’altro “nodo” è costituito da un altro “mantra”, la “separazione delle carriere”.

Qui, in questo problema in particolare, si ricompatta tutto il vecchio “centrodestra”, cioè Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia.

L’argomento è ritornato d’attualità dopo il clamore suscitato dalla vicenda “Palamara” che riguarda invece il CSM e le sue modalità di accesso.

L’ex Tonino nazionale direbbe che, con la vicenda Palamara, la separazione delle carriere non “c’azzecca un bel niente”. E’ vero ma questo “mantra”, queste due parole “talismano” hanno ormai acquisito, nel subconscio dei politici e, diciamolo pure, di quella categoria ad essi molto vicina che sono i penalisti, il significato di uno strumento punitivo nei confronti della magistratura che la Costituzione, invece, considera unica e rappresentata da un unico CSM (artt. 104 e 106 Cost.).

La separazione delle carriere non migliorerebbe in alcun modo l’attività giudiziaria, ma certamente dividerebbe e indebolirebbe l’ordine giudiziario ed esporrebbe la magistratura requirente, finora autonoma e indipendente, ad un possibile controllo governativo e allora addio inchieste anche del tipo di quelle sorte dal caso “Palamara” che paradossalmente sarebbero servite a creare le premesse per “imbrigliare” l’attività giudiziaria, già indebolita dal “tifo” contro i pubblici ministeri e viceversa dall’incondizionato appoggio di un certo settore politico alla polizia. Come se magistratura requirente e polizia giudiziaria non fossero destinati a collaborare strettamente. Già, ma i pubblici ministeri sono sottratti al controllo politico mentre le forze di polizia dipendono dal Ministro dell’Interno o dal Ministro della Difesa.

Il pubblico ministero “separato”, mero “accusatore” (ad ogni costo), favorirebbe certo l’autostima dei penalisti che, diciamocelo pure, soffrono la posizione di “imparzialità” dell’attuale pubblico ministero e lo vorrebbero un mero “accusatore”, mentre loro svolgono la difesa del cliente (si veda l’articolo di Bruno Tinti, riportato da Running in Dublin & Laufen in Muenchen”, “Perché qualcuno vuole questa separazione delle carriere dei magistrati”7/30/2008).

Lo sanno i cittadini cosa ci sono in ballo con queste riforme? Ne dubito.

Ne vale la pena? Raddoppiare il CSM con tutto quello che comporta e forse anche i Consigli giudiziari. Costi e personale raddoppiati. Per che cosa?

Giuliano Mignini, sostituto procuratore della Repubblica presso la Corte d'appello di Perugia

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