INVIATO CITTADINO Chiesa di Perugia in lutto, è morto don Bruno Contini. Il ricordo

Don Bruno, il più laico dei preti. Ma anche il più tenero degli amici. E anche il sacerdote di altissima spiritualità che non voleva darlo a vedere

Scompare don Bruno Contini, sacerdote di ricca spiritualità, ma anche uomo del fare. Il suo operato ha inciso profondamente nella comunità di Lisciano Niccone (il paese in cui sono nato), dove fu parroco per un quarto di secolo (1974-1999). Poi, i successivi vent’anni, a Pianello-Ripa. Dove tenne viva la tradizione del culto per San Biagio, protettore della gola e della voce (don Bruno, forte fumatore, soffriva di problemi alle corde vocali con qualche difficoltà di fonazione).

Se non mi fa velo l’amicizia, voglio ricordarne la figura richiamando anche la sua opera di carattere sociale. Fu lui, a dispetto di atteggiamenti paesani, particolaristici e perdenti, a spendersi anima e corpo per la realizzazione della cooperativa dei Tabacchicoltori che tanto giovò all’economia locale. Sua l’intuizione di creare una struttura cooperativa per l’acquisto centralizzato dei prodotti e per la vendita collettiva del tabacco. Erano tempi di vacche grasse: la CEE erogava contributi generosi che coprivano le spese e il resto era tutto guadagno. Ma ci volle del bello e del buono per vincere individualismi e ritrosie. Don Bruno ce la fece (spesso anche “a brutto muso”) e rese ricchi quanti praticavano la coltura del tabacco.

“Sul piano sociale – ci ricorda il parrocchiano e amico Maurizio Caprini – don Bruno fu attivo anche nell’organizzazione di momenti che coniugavano fede e cultura. Da qui gite, occasioni di matura socialità e consapevole condivisione. Compreso l’aiuto ai bambini di Chernobyl”.

Fra i suoi meriti, ricordo l’occasione che lo vide deciso promotore del completamento della chiesa. Abbandonata da decenni la cadente chiesa parrocchiale di Santa Maria delle Corti, si celebrava in una chiesa che aveva l’aspetto di una comune casa d’abitazione. Fu lui (eseguì i lavori l’impresa di Guerriero Selvi) a far costruire la facciata, il campanile, il portico, conferendo al fabbricato l’aspetto di un luogo di culto. E i soldi? Don Bruno sapeva sempre trovarli. Intanto faceva e poi avrebbero provveduto lui stesso e la divina Provvidenza.

Don Bruno era capace di aggregare i giovani. Era stonatissimo, ma riuscì a creare un coro adeguato alle dimensioni di una comunità che contava, a livello comunale, non più di settecento anime.

E poi, non ultimo, l’affetto immenso per la madre che ho sempre conosciuto in carrozzella. La curava personalmente, la faceva seguire da persone di fiducia. Ricordo che, in occasione della visita pastorale del vescovo dell’epoca, monsignor Cesare Pagani, ebbi modo di ricevere l’eccellenza come membro dell’amministrazione comunale. Dopo la cerimonia laica e la messa, Pagani (che ben conosceva le condizioni della mamma di don Bruno) chiese di salire in casa per salutarla. Mi invitò a seguirli, perché intercettò un mio riposto desiderio. Le impartì una benedizione così intensa che ne porto ancora la commozione. Momenti di silenzio, di preghiera, di partecipazione e condivisione che mi proposero un altro e diverso don Bruno.

Lo conoscevo come amicone, incline al buon bere e al buon mangiare, accanito giocatore di carte, fumatore incallito, eterno sfidante alle bocce, amante di tutto quanto fosse competitivo, fonte di aneddoti tra il sacro e il profano, viaggiatore instancabile e avido di conoscere costumi inusuali, tifoso sfegatato della sua Juve (si salvò per puro caso dalla tragedia dello stadio Heysel del 1985). Ma compresi che quel versante esteriore era solo la maschera di una persona che non voleva svelare il suo lato fragile e tenerissimo. Aveva perduto il padre da bambino, in condizioni tragiche, che una volta mi raccontò piangendo. Quella circostanza, insieme a una brutta malattia polmonare, lo aveva indotto alla scelta persuasa del sacerdozio e ne aveva indelebilmente segnato l’animo. Da qui la venerazione per la mamma che volle assistere fino all’ultimo. Ma anche l’amore per la sorella e il nipote. L’amore filiale lo rese indefesso promotore del culto mariano e della visita ai relativi santuari. Ecco perché mi piace ricordare don Bruno Contini in modo affettuoso, anche se un po’ irrituale. Chiacchierate fino a notte fonda a parlare (lui solo) della sua Juventus, di Paesi del mondo visitati e compresi nella loro essenza. Don Bruno, il più laico dei preti. Ma anche il più tenero degli amici. E anche il sacerdote di altissima spiritualità che non voleva darlo a vedere. Per pudore, per modestia. Per paura di mostrarsi migliore di te.

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