INVIATO CITTADINO Quel capolavoro di Perugia dimenticato, smontato e lasciato a prendere polvere

C’era una volta il Mignon, c’erano una volta delle opere ceramiche che lo abbellivano

C’era una volta il Mignon, c’erano una volta delle opere ceramiche che lo abbellivano.

Alla ricerca della colonna perduta… o meglio: negletta. Ed è, nientemeno, che un capolavoro del ceramista faentino Germano Belletti. Sì: quello della ceramica della Vergine coi santi Ercolano e Costanzo in via delle Volte. L’autore della ceramica cubista all’esterno della chiesa di San Flippo Neri, sul versante via dei Priori. Tanto per citare due delle opere sotto gli occhi di tutti. Ma altre stanno in musei, collezioni pubbliche e private. Belletti: un genio.

Sia detto incidentalmente, fra i meriti di Belletti c’è anche quello di aver istituito, negli anni Cinquanta, il premio Deruta per la ceramica, insieme al collega Edgardo Abbozzo e al vulcanico Giuseppe Agozzino, dell’allora APT.

Ma partiamo dall’inizio. Ossia da quando il cinema di via Ulisse Rocchi, sopra l’Arco Etrusco, si chiamava (manco a dirlo!) Etrusco. Lo frequentavano i militari del 51.mo di stanza a Perugia (mio padre era uno di quelli) per vedere film, ma anche per assistere a teatrino, con donnine e cabaret.

A integrazione del versante storico, abbiamo sentito l’altra figlia di Germano Belletti, Edoarda (Edi) che ci ricorda: “Da un mio colloquio col signor Sandro Fratticioli, il cinema – il cui nome era inizialmente "Etrusco" – era stato aperto agli inizi del ’900 dal nonno materno di Fratticioli, il noto fotografo Giulio Natalini, autore degli  indimenticabili  scatti della Perugia di un tempo”.

Poi, nel secondo dopoguerra, accadde che – ribattezzato Mignon – quel luogo diventò solo cinema. “Con una solenne inaugurazione, avvenuta nel 1952, fu proiettato l’“Otello” di Orson Welles. Ogni signora ricevette una rosa e fu un’occasione di cultura e mondanità”, ricorda Maria Novella Belletti, l’altra figlia di Germano.

Aggiunge Edi: “Nel 1952, il cinema non apparteneva più al Natalini, ma a un titolare soprannominato ‘Armando, il Rosso’. Con l’occasione, il locale  viene rimodernato e a mio padre è conferito l’incarico di creare gli elementi decorativi di cui sopra, tutti nello stesso stile, a motivi mitologici”.

Prosegue il dialogo con Novella: “Mio padre aveva curato l’arredo del Mignon con ceramiche che ornavano il bancone della biglietteria, appliques antropomorfe e una bella colonna al centro del foyer”.

Ma quei materiali di lusso che fine hanno fatto?

“Di tutto questo – a mia conoscenza – resta solo la colonna, smontata in pezzi e giacente, coperta da un lenzuolo, in quello che fu il Mignon, al pianterreno in Palazzo Brutti, oggi locali della Soprintendenza”, ricorda Maria Novella.

Ma torniamo al punto. Come ti sei mossa?

“In data 2 ottobre 2018 ho scritto al Direttore della Soprintendenza ai Beni archeologici, artistici e paesaggistici, Marica Mercalli e, per conoscenza, al responsabile del patrimonio storico-artistico Giovanni Luca Delogu”.

E com’è andata?

“Ad oggi, sono passati dieci mesi e non ho ricevuto risposta”.

Come hai fatto la scoperta dell’opera?

“Che io sappia, non esistono foto dei manufatti. Mio padre non si occupava di documentare i lavori. Partecipando a una visita guidata all’Arco Etrusco e alla Soprintendenza (il 27 settembre 2018), sono entrata nella sala che fu la platea del Cinema Mignon. Ho visto, accatastati in un angolo, dei pezzi della ceramica policroma che aveva realizzato mio padre. Era posizionata sotto un lenzuolo polveroso”.

Nessuno l’aveva cercata fino a quel momento?

“Nel 2014, la dottoressa Laura Volpe, impegnata in una tesi su Germano Belletti, chiese di visionare e fotografare la colonna, ma le fu risposto che giaceva in una cassa, in attesa di restauro e ricollocazione”.

Dunque, come ti sei mossa e come ci sei rimasta, nel verificare quel “sacrilegio”?

“Ho dovuto constatare che la colonna non solo non è stata ricollocata, ma nemmeno protetta, sebbene – come ben sai – la ceramica sia un materiale molto delicato”.

Ti sei meravigliata?

“Certamente. Tanto più in rapporto al luogo. Considerando che la Soprintendenza è, per definizione, organo deputato alla protezione, conservazione, valorizzazione per il godimento alla collettività del patrimonio artistico e culturale”.

L’Inviato Cittadino fa propria la questione, si rivolge alla Soprintendenza, al sindaco Romizi, all’assessore Varasano perché si facciano parte diligente nel recupero di queste opere che appartengono alla storia artistica e culturale della città.

“Perché – come dice Maria Novella – la polvere dell’oblio non ricopra la nostra storia”. Per non dimenticare. Appunto. E per consegnare la bellezza – o quanto ne resta – a coloro che verranno.

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