Foibe, esodo e francescanesimo, il Cristicchi che non ti aspetti e l'Umbria mistica

Intervista al cantautore premiato a Sanremo per "Abbi cura di me", brano nato tra le monache di clausura di Campello sul Clitunno

Premio Sergio Endrigo per la miglior interpretazione e quello per la miglior composizione musicale. È il “bottino” di Simone Cristicchi all’ultimo Sanremo. Nella canzone “Abbi cura di me” c’è molta Umbria e tanta spiritualità francescana. Nei giorni scorsi, inoltre, Cristicchi è stato in Umbria, ad Orvieto nell'ambito del progetto #TeatroMemoria, promosso dall'associazione Teatro Mancinelli TeMa in occasione del “Giorno del Ricordo”.

L’artista ha portato in scena “Esodo”, un racconto per voce, parole, immagini e musica per riportare alla memoria il dramma delle foibe e l'esodo istriano degli esuli istriani, fiumani e dalmati. Cristicchi aveva già realizzato “Magazzino 18”, sempre sul tema delle foibe e dell’esodo giuliano, dalmate e istriano.

Le foibe e l’esodo sono tragedia della metà del Novecento e con “Magazzino 18” e adesso “Esodo” porti in scena la memoria, il ricordo, l’odio e il dolore di persone che sono rimaste vittime anche dell’incomprensione dei propri fratelli italiani?

“Tutto è partito da ‘Magazzino 18’, un luogo di energia e di forza, ma anche una catasta di oggetti che parlano e raccontano storie tragiche. Un luogo che esprime la malinconia dell’esodo, di chi è stato costretto ad abbandonare la propria terra, di chi ha perso tutto, dai familiari alla casa. È un luogo di sofferenza e di dolore trattenuti. Ed entrare lì dentro, camminare in mezzo agli oggetti abbandonati è stato come scoperchiare tutto, ed è nato lo spettacolo ‘Magazzino 18’ e poi ‘Esodo’, un tentativo di dare dignità alle persone”.

In questi giorni, sia prima sia dopo il 10 febbraio ci sono state manifestazioni e prese di posizione negazioniste delle foibe o di giustificazionismo di quanto avvenne al confine orientale d’Italia, la storia e il dolore sono ancora un fatto politico?

“Sono certo che non potrà esistere una memoria condivisa finché ci saranno persone indottrinate che sminuiscono un crimine. Si presentano come professori, esperti di quelle vicende, ma non hanno credibilità. Vorrebbero insegnare la storia a chi l’ha subita e vissuta. È un comportamento abominevole di fronte a vicende che hanno solo bisogno di rispetto”.

In passato ti sei occupato di salute mentale, oggi a 40 anni dalla legge Basaglia cosa resta di quelle rivoluzione?

“Non si finirà mai di occuparsi della questione salute mentale e dell’assistenza ai pazienti di questo settore della sanità, perché resta la necessità di stare vicino ai familiari dei malati, perché avere uno schizofrenico in casa è un problema per le famiglie. Alcune persone hanno chiesto aiuto a me dopo ‘Ti regalerò una rosa’, ma io sono un artista, cosa posso fare? E se le famiglie si rivolgono a me vuol dire che c’è un vuoto, una drammaticità nell’assistenza. Chiudere i manicomi era doveroso, ma l’assistenza dei malati e il supporto delle famiglie costituiscono ancora una emergenza”.

Hai detto che l’ultima canzone di Sanremo “Abbi cura di me” risente dell’incontro con delle suore e della mistica francescana e il tuo primo concerto dopo Sanremo è proprio in Umbria, la terra di Francesco, della beata Angela da Foligno, di Jacopone da Todi. Quanta Umbria c’è nella tua musica?

“Le mie canzoni sono state definite il Cantico delle creature 2.0 e questo mi fa piacere perché rispecchiano una mia attitudine personale e la mia ricerca attuale. Si tratta di canoni che fanno parte delle mie riflessioni sulla spiritualità, sulla felicità, sulla bellezza, sulla ricerca dell’assoluto e di Dio. In Umbria ho trovato un luogo particolare dove sperimentare tutto questo, l’eremo francescano di Campello sul Clitunno. Lì ho stretto amicizia con queste suore francescane e ho visitato la Grotta di Francesco, un luogo di silenzio e contemplazione, ma anche di accoglienza, dove poter ritemprare lo spirito e il corpo. Ed è proprio lì che è nato il germoglio della canzone”.

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